stefanotommasi
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T'immagino poesia


L'ho sempre detto: faccio fotografia perché avrei voluto saper scrivere. Non sapendolo fare nel modo che vorrei, affido alle immagini i miei pensieri.
Comunque sia, siamo quello che leggiamo, che ascoltiamo, che annusiamo. Le mie visioni (e certamente non solo le mie), nascono spesso dalla lettura di poesie.
Una passione che mi porta a guardare il Mondo non per come lo vedono gli occhi, ma per come l'ho letto o ascoltato in precedenza.
Così capita che, magari mentre passeggio, si materializzano le parole su di un albero, una foglia, un vento. Il visto/non visto; l'immaginato.
Il prima e il dopo quell'attimo ormai passato.
Conosco poeti e poetesse che talvolta mi fanno il dono di dar voce alle fotografie. Si fanno compagnia, ed è bellissimo. Ne sono grato.
Quando ciò non è possibile, "rubo" parole ai miei poeti preferiti e vesto le fotografie dei loro abiti preziosi, sperando di non far loro torto.

In questo luogo trovate ciò: parole non mie che vorrei lo fossero, e un po' lo sono, e immagini mie, che spero siano un poco anche vostre.

Ah Mondo,
t'immagino Poesia.

Stefano.
Adesso che sono diventata di muro e gesso
La polvere si stratifica sull' organo rosso
Peccato che lui taccia
E non trovi le parole
I graffi sono usciti fuori dalla gabbia.
Ora mi cucio tutte le mie bocche
Ma le parole liquide escono comunque
Io te le soffio sul viso
Scanzandoti i capelli dai progetti di silenzio.
Sembravi umano ma non lo eri.
Sembravo fatta di acqua me ero lava invece.
Quando mi rimpicciolivo per essere amata
Dovevo mettere le mie mani ed i miei occhi e litri di pelle nella tua valigia.
Ora rimpicciolisciti tu.
Ora rimpicciolitevi voi.

Poesia di: Alessandra Mosca Amapola  

Fotografia: © Stefano Tommasi
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Adesso che sono diventata di muro e gesso
La polvere si stratifica sull' organo rosso
Peccato che lui taccia
E non trovi le parole
I graffi sono usciti fuori dalla gabbia.
Ora mi cucio tutte le mie bocche
Ma le parole liquide escono comunque
Io te le soffio sul viso
Scanzandoti i capelli dai progetti di silenzio.
Sembravi umano ma non lo eri.
Sembravo fatta di acqua me ero lava invece.
Quando mi rimpicciolivo per essere amata
Dovevo mettere le mie mani ed i miei occhi e litri di pelle nella tua valigia.
Ora rimpicciolisciti tu.
Ora rimpicciolitevi voi.

Poesia di: Alessandra Mosca Amapola

Fotografia: © Stefano Tommasi
„Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! che schifo! 
Ma pajono tutti… che so! Ma perché si dev'essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati! 
Me lo dica lei! Perché, appena insieme, l'uno di fronte all'altro, diventiamo tutti tanti pagliacci? 
Scusi, no, anch'io, anch'io; mi ci metto anch'io; tutti! Mascherati! Questo un'aria così; quello un'aria cosà… 
E dentro siamo diversi! Abbiamo il cuore, dentro, come… come un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna!“


(Luigi Pirandello) - Quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Fotografia: Maschere - © Stefano Tommasi
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„Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! che schifo!
Ma pajono tutti… che so! Ma perché si dev'essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati!
Me lo dica lei! Perché, appena insieme, l'uno di fronte all'altro, diventiamo tutti tanti pagliacci?
Scusi, no, anch'io, anch'io; mi ci metto anch'io; tutti! Mascherati! Questo un'aria così; quello un'aria cosà…
E dentro siamo diversi! Abbiamo il cuore, dentro, come… come un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna!“


(Luigi Pirandello) - Quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Fotografia: Maschere - © Stefano Tommasi
E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il ?tutto completo? delle sotterranee,
nei libri prestati e nell?arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all?angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti 

Fotografia: © Stefano Tommasi
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E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il ?tutto completo? delle sotterranee,
nei libri prestati e nell?arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all?angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.



Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti

Fotografia: © Stefano Tommasi
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Poesie scelte: EUGENIO MONTALE, Satura 1962-70 (Milano, Mondadori 1971).

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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Poesie scelte: EUGENIO MONTALE, Satura 1962-70 (Milano, Mondadori 1971).

Fotografia: © Stefano Tommasi
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https://www.stefanotommasi.com/t_immagino_poesia-p23510

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